Che cosa significa Giustizia?

Interrogarsi su cosa sia la Giustizia è una domanda ineludibile per ogni individuo. La necessaria premessa da cui partire è che la giustizia degli uomini sia un problema sempre aperto, storicamente e culturalmente determinato. La funzione punitiva è stata oggetto di una lunga evoluzione nella storia della civiltà giuridica occidentale. Alla logica sanzionatoria retributiva (l’antica legge del “taglione”) è seguita quella general-preventiva, centrata sulla deterrenza, superata poi dall’ideale rieducativo espresso nell’art. 27, comma 3, della nostra Costituzione. Secondo la giurisprudenza della Consulta, la funzione rieducativa si sostanzia in tutti quegli interventi atti a favorire il recupero del detenuto ad una vita nella società. Laddove l’ordinamento ritenga necessario irrogare una pena si pone quindi la questione di attribuire alla stessa finalità ulteriori. È evidente, tuttavia, che per educare o ri-educare ai valori della convivenza civile esistano strumenti migliori delle istituzioni penali. In particolare, la situazione delle nostre strutture carcerarie è tanto allarmante da aver imposto un severo intervento da parte delle istituzioni europee ed internazionali. La realtà penitenziaria dimostra chiaramente che la pena abbia effetti strutturalmente criminogeni. Inoltre, ogni possibile trattamento nella fase esecutiva viene realizzato in un momento talmente distante temporalmente dal fatto di reato commesso da fare seriamente dubitare della sua adeguatezza ed efficacia. La questione della rieducazione ha quindi rimesso in discussione il senso stesso della pena carceraria, aprendo nuovi orizzonti nella prospettiva di una rinuncia (totale o parziale) all’esecuzione della stessa. A ciò si aggiunga che le disfunzioni e le criticità del “sistema giustizia”, nonché i tempi eccessivamente dilatati, con lunghi periodi di latenza, appartengano ormai al comune sentire.

Si crea quindi un’inevitabile tensione tra la ricerca di risposte individualizzate e diversificate, in grado di aderire alla specificità del reato commesso e dei conflitti da esso generati, da un lato, e i fini complessivi di sicurezza, coerenza e tutela della convivenza sociale propri del sistema penale, dall’altro. Si tratta di un problema di politica criminale e come tale risolvibile solo dal legislatore.

In questo senso, anche a fronte delle situazioni emergenziali a cui si è fatto riferimento, sono stati introdotti nuovi istituti di natura riparatoria e di recupero, che consentono all’autore di reato di diventare protagonista di un percorso di comprensione e progressivo superamento di quanto commesso.

Violazione di una norma versus danno ad una persona

Il diritto penale si presenta come una scienza che considera il reato come violazione di una norma e la pena come conseguenza giuridica di tale inosservanza. È evidente come tale approccio formale strida con il sentire moderno basato su una rinnovata centralità dell’individuo. Mai nella storia dell’uomo, infatti, la persona, i suoi bisogni e le sue aspettative hanno assunto una rilevanza tanto essenziale come nell’epoca che stiamo vivendo.

Il fatto di reato andrebbe quindi più propriamente considerato alla luce degli effetti dirompenti che esso genera sull’individuo e sulle sue relazioni. Esso non è altro che un fatto umano complesso che necessita di una pluralità di approcci per essere compreso ed adeguatamente trattato. È un fatto “personale”, in quanto accade tra persone, ma anche “sociale” perché coinvolge la collettività e le varie agenzie di controllo fino al legislatore.

Spazi legislativi

La direttiva 29/2012/UE sulla tutela delle vittime nel processo penale prevede l’obbligo per gli Stati membri dell’Unione europea di garantire alle vittime di reato strumenti di tutela e di giustizia riparativa. Il legislatore italiano, anche in ottemperanza a tali obblighi, si sta muovendo, con grande ritardo, nella direzione di promuovere un diverso modello di giustizia. Oltre agli strumenti da tempo presenti nella giustizia penale minorile (art. 9 d.p.r. 488/88 accertamento personalità; artt. 27, 28, 169 perdono giudiziale) e nell’esecuzione penale per adulti (art. 47, sesto comma, l. 534/1975 e art. 27, primo comma, d.p.r. 230/2000), vengono valorizzati percorsi di riparazione anche nell’ambito della giustizia penale ordinaria. Ciò è vero, innanzitutto, per i reati di competenza del Giudice di Pace (d. lgs 274/2000 art. 2 principio conciliativo, art. 29 uffici di mediazione; art. 34 esclusione procedibilità per tenuità del fatto; art. 35 estinzione reato per condotte riparatorie; art. 54 sanzione lavoro pubblica utilità). Di recente, inoltre, con la legge n. 67/2014, in vigore dal 17 maggio 2014, è stato introdotto il nuovo istituto della messa alla prova. Essa costituisce un procedimento speciale che persegue una chiara finalità deflattiva: consentire cioè di arrivare, nei procedimenti che hanno ad oggetto reati di minore allarme sociale, ad una rapida definizione degli stessi attraverso una sentenza che dichiari l’estinzione del reato, senza attendere i tempi del processo. I casi e le preclusioni alla sospensione del procedimento con messa alla prova, sono individuati dall’art. 168 bis c.p.. Si tratta di un beneficio ammesso solo “nei procedimenti per reati puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria, nonché per i delitti indicati dal comma 2 dell’articolo 550 del codice di procedura penale”.

Le finalità dell’istituto hanno natura riparatoria e di recupero. La prova si basa essenzialmente su tre pilastri: la prestazione di lavoro di pubblica utilità, l’affidamento al servizio sociale per lo svolgimento di un programma di trattamento elaborato con l’U.e.p.e. e la prestazione di condotte riparatorie e risarcitorie. Vengono quindi espressamente promosse condotte di mediazione con la persona offesa, da svolgersi presso centri pubblici o privati.

Le opportunità offerte da questo nuovo istituto, dunque, consentono ai professionisti dello Studio di progettare con le parti un percorso individualizzato di natura ripartiva che consenta di trovare una soluzione efficace al conflitto generato dal fatto di reato, con una netta riduzione dei tempi e dei costi del processo.

Il rigore da solo è la morte per asfissia, la creatività da sola è pura follia.

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L’esperienza maturata sul campo ha dimostrato la necessità di:

  •  individuare con chiarezza ciò che non deve essere fatto attraverso l’anamnesi del caso
  •  orientare la progettualità verso soluzioni alternative in grado di superare la criticità in una “prospettiva globale”

L’ottica dello Studio è quindi quella di concordare l’obiettivo con il cliente al fine di definire il problema, individuando la soluzione più opportuna attese le specificità del caso concreto.
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